Giappone: quando l'imperfezione diventa arte (e medicina per l'anima)
Kintsugi, Raku, Ikebana e Shodō - viaggio tra le arti giapponesi che trasformano le crepe in oro e il silenzio in poesia
C'è un momento, in Giappone, in cui capisci che tutto quello che credevi di sapere sulla perfezione è... sbagliato.
Da appassionata di arte, non vedevo l’ora di visitare questo Paese.
Vagando alla ricerca della bellezza, mi sono ritrovata in un piccolo negozio di ceramiche a Kyoto. Davanti a me, una ciotola antica con vene dorate che ne attraversavano la superficie come fulmini d'oro. Non era intatta: era stata rotta e riparata. Eppure costava più di tutte le altre ciotole "perfette" dello scaffale.
La negoziante, notando il mio stupore, sorrise: "Kintsugi. Le cicatrici non sono da nascondere. Sono la storia più bella."
Fu in quel momento che iniziò la mia vera scoperta del Giappone. Non quello delle cartoline, ma quello che parla di storia antica, di spiritualità. Quello che ti insegna che l'imperfezione è bellezza, la lentezza è forza, il vuoto è pienezza.
E tutto questo passa attraverso l'arte.
Lo Zen: il filo invisibile che unisce tutto
Senza capire lo Zen, non si capisce davvero il Giappone. Ecco perché prima di immergerci nelle arti giapponesi, che mi hanno cambiato lo sguardo, devo parlarti dello Zen.
Sfatiamo da subito il primo mito: lo Zen non è una religione. Non è nemmeno una filosofia, nel senso occidentale del termine. È qualcosa di più sfuggente e, allo stesso tempo, più concreto: è un modo di vivere, un'esperienza diretta.
Non si studia (solo) sui libri: si pratica. Nella meditazione, sì, ma anche quotidianamente nel modo in cui cammini, prepari il tè, sistemi i fiori in un vaso.
Lo Zen ti insegna a stare nel "qui e ora". A creare il tuo spazio interiore attraverso calma, accoglienza, accettazione. A trovare la connessione profonda con te stesso e con tutto ciò che ti circonda.
E questa essenza Zen permea ogni arte giapponese. La ritroverai in ogni storia che sto per raccontarti.
Kintsugi: l'arte di riparare con l'oro
Torniamo a quella ciotola dorata.
Il Kintsugi (金継ぎ) o (Kintsukuroi) significa letteralmente "ricongiungere con l'oro". È una tecnica giapponese di restauro della ceramica che risale al XV secolo e la sua storia è meravigliosa quasi quanto la tecnica stessa.
La leggenda dello Shogun e della tazza rotta
Si narra che lo Shogun Ashikaga Yoshimasa possedesse una tazza da tè preziosissima. Un giorno, la ruppe. Disperato, la mandò in Cina dai migliori restauratori dell'epoca.
Gli tornò indietro…con delle antiestetiche legature metalliche che la tenevano insieme. Un disastro.
Non si diede per vinto. Chiamò dei ceramisti giapponesi e chiese: "Potete fare di meglio?"
E loro fecero qualcosa di rivoluzionario: invece di nascondere le crepe, le celebrarono. Riempirono ogni frattura con lacca mescolata a polvere d'oro. La tazza divenne più bella di prima, unica e preziosa proprio per le sue cicatrici.
Nacque così il Kintsugi.
Non solo una tecnica, ma una vera e propria filosofia
La tecnica vera è complessa e richiede un’abilità manuale particolare e, soprattutto, pazienza infinita. Si pulisce ogni frammento, lo si assembla con cura millimetrica usando lacca Urushi (resina naturale estratta da una pianta giapponese) e si lascia asciugare per ore. Poi si riempiono le scheggiature con pasta di lacca e polvere di legno, si decorano le crepe con polvere d'oro, d'argento o di platino, si lucida con pietra d'agata ed infine si lascia riposare per giorni perché avvenga la polimerizzazione.
Ogni pezzo può richiedere settimane.
Forse lo avrai intuito… Il Kintsugi non è solo un modo per riparare ceramiche: è una metafora di vita.
Tutti ci rompiamo, prima o poi. Tutti subiamo traumi, perdite, cadute. La domanda non è "se" ci romperemo, ma "come" ci ripareremo.
Il Kintsugi ci dice: non nascondere le cicatrici. Non vergognartene. Impreziosiscile.
Sono quelle crepe dorate che raccontano chi sei davvero. Sono la prova della tua resilienza. Sono ciò che ti rende unico e irripetibile.
Da quando ho scoperto il Kintsugi, guardo diversamente anche le mie "crepe": quelle ferite che pensavo dovessi nascondere, quelle imperfezioni che credevo fossero difetti. Sono diventate parte della mia storia. Parte della mia essenza.
Raku: la ceramica dell'imperfezione intenzionale
Se il Kintsugi ripara l'imperfezione, il Raku (楽) la crea intenzionalmente.
Il termine significa "gioia, armonia, piacere". Ed è una tecnica ceramica giapponese nata nel XVI secolo a Kyoto, strettamente legata alla cerimonia del tè.
Il maestro del tè e l'artigiano visionario
La storia del Raku è indissolubilmente legata a Sen no Rikyū, il Monaco buddhista-Zen che codificò la cerimonia del tè giapponese. Sen no Rikyū cercava oggetti che esprimessero lo spirito Zen: semplicità, umiltà, imperfezione naturale.
Conobbe un artigiano di nome Chōjirō, e insieme crearono qualcosa di rivoluzionario: ceramiche volutamente imperfette, irregolari, “rustiche".
Sen no Rikyū ne fu così colpito che fece diventare "Raku" il cognome della famiglia di Chōjirō, donandogli un sigillo d'oro con questa incisione. La tecnica divenne un segreto di famiglia, tramandato per generazioni fino ad oggi.
Il processo Raku è affascinante quanto imprevedibile.
Si modella l'argilla (con aggiunta di chamotte per renderla super resistente agli shock termici). Si lascia essiccare, poi si cuoce una prima volta e si smalta.
E qui avviene la magia: il manufatto viene cotto una seconda volta a temperature altissime. Poi, ancora incandescente, viene estratto dal forno con lunghe pinze e immerso in un contenitore con segatura, foglie o carta.
Il materiale prende fuoco. Il fumo avvolge la ceramica, che verrà quindi coperta, creando crepe nello smalto, affumicando le parti non smaltate. Ogni pezzo reagisce diversamente: nessuno può prevedere il risultato finale.
Infine, si immerge tutto in acqua fredda per fermare il processo. Ed ecco che nasce una ceramica unica, irripetibile, imperfetta per definizione.
Il Raku mi ha insegnato che non tutto deve essere controllato. Che a volte bisogna lasciare che il fuoco, il fumo, il caso facciano la loro parte. E che la bellezza può nascere proprio da ciò che non avevi previsto.
Come nella vita: i migliori momenti spesso arrivano quando molli il controllo e ti lasci sorprendere.
Ikebana: minimalismo floreale (e la mia storia d'amore con i fiori)
Devo confessarti una cosa: io e i fiori abbiamo sempre avuto una relazione speciale.
Fin da bambina mi piaceva raccogliere fiorellini di campo, foglie dai colori strani, rametti contorti. Li mettevo in vasetti improvvisati e li guardavo per ore, come se mi parlassero.
Da adulta, questa passione è cresciuta: composizioni floreali per casa, decorazioni con erbe e piante officinali, piccoli bouquet selvaggi.
Finché un giorno, davanti alla vetrina di un negozio, non vidi un poster che mi lasciò a bocca aperta.
Sembrava una scenografia teatrale: vasi dalle forme semplici, disarmanti nella loro essenzialità. Dentro, pochi rami, qualche fiore. Niente di opulento o ridondante, eppure ogni composizione era... perfetta. C’era equilibrio, poesia.
Entrai nel negozio facendo finta di guardare altro (dei canovacci in canapa malamente assortiti, per la precisione). Poi, con studiata noncuranza: "Scusi, quell'articolo nel poster... è disponibile?"
La commessa sorrise. Mi guidò in una stanza sul retro che sembrava un giardino zen. E disse: "È la tecnica giapponese Ikebana."
Mi innamorai seduta stante.
L'arte di dire molto con poco
L'Ikebana (生け花) significa letteralmente "fiori viventi". È un'arte floreale nata per simboleggiare l’elevazione spirituale, in Giappone nel VI secolo, inizialmente come offerta nei templi buddhisti.
Ma nel tempo si è trasformata in qualcosa di più: un'espressione artistica, meditativa e spirituale.
Gli stili sono vari - dal più elaborato Rikka al più semplice Nageire, fino al moderno Moribana con influenze occidentali. Ma tutti condividono gli stessi principi Zen: minimalismo, armonia, equilibrio.
Ogni composizione Ikebana segue una struttura triangolare invisibile:
- Il ramo più lungo rappresenta il Cielo (Shin)
- Quello intermedio rappresenta l'Uomo (Soe)
- Quello più corto rappresenta la Terra (Hikae)
Equilibrio cosmico in un vaso. Adoro il Giappone!
I protagonisti non sono mai tanti: pochi rami, qualche fiore, magari qualche fogliolina. Ma ognuno è scelto con cura ed intenzione. Niente è casuale: il tipo di pianta, la stagione, il colore, l'inclinazione, la distanza tra gli elementi.
Al contrario dello stile occidentale (opulento, abbondante, "più è meglio"), l'Ikebana celebra il vuoto. Lo spazio tra i fiori è importante quanto i fiori stessi.
E questo, per me erborista amante delle piante, è stato illuminante: non serve riempire. Serve scegliere con cura. Dare respiro, lasciare che ogni elemento brilli in sé e con gli altri.
Praticare Ikebana è meditazione
Creare una composizione Ikebana non è "mettere fiori in un vaso". È un atto meditativo.
Scegli il vaso (semplice, discreto, mai appariscente) ed inserisci il supporto metallico (o spugna) per tenere gli steli.
Poi tagli i rami con cura, all'angolazione giusta e li posizioni seguendo geometrie precise ma naturali.
Ogni gesto è lento, consapevole e presente.
Il risultato? Una composizione che trasmette calma, bellezza essenziale, connessione con la natura. Qualcosa che cambia l'energia della stanza.
Oggi, quando creo le mie composizioni, porto con me questa lezione: semplificare, onorare ogni elemento, lasciare spazio al respiro.
Shodō: la via della scrittura come via dell'anima
L'ultima arte che voglio raccontarti è quella che mi ha sorpreso di più: lo Shodō (書道), la "via della scrittura".
Calligrafia giapponese. Ideogrammi tracciati con pennello e inchiostro nero su carta di riso.
All'apparenza, sembra solo "bella scrittura". Ma non è solo questo.
Lo Shodō ha origini cinesi (i caratteri Kanji vengono dalla Cina), ma in Giappone si è trasformato in qualcosa di unico: un'arte meditativa che unisce disciplina, estetica e introspezione.
In Giappone viene insegnato fin dalle elementari, come materia tradizionale. Non solo per imparare a scrivere bene, ma per sviluppare concentrazione, pazienza, presenza mentale.
Lo Shodō non è solo abilità tecnica: è un vero e proprio gesto sacro.
Per praticare Shodō servono strumenti precisi: un pennello tradizionale, inchiostro solido nero (da sciogliere strofinandolo in un recipiente di pietra apposito), carta di fibre naturali (washi) come riso, gelso o canapa per esempio.
Ma servono anche: postura corretta, respiro calmo, mente quieta.
Ogni tratto è irreversibile. Una volta che il pennello tocca la carta, non puoi tornare indietro. Non puoi cancellare, correggere, ripensarci.
Devi essere totalmente presente.
La pressione sul pennello, il ritmo (lento, mai frettoloso), il movimento elegante e fluido - tutto questo determina non solo la bellezza dell'ideogramma, ma anche il tuo stato interiore in quel momento.
Lo Shodō diventa uno specchio: se sei agitato, si vede. Se sei centrato, si vede.
Sembra paradossale, ma è così: la rigidità delle regole dello Shodō - ogni tratto ha un ordine preciso, un'inclinazione precisa - alla fine ti libera.
Solo in questo modo smetti di pensare: entri in flusso. E la tua mano traccia ideogrammi che sembrano danzare.
È come nella meditazione: la "disciplina" della postura, del respiro, in realtà ti porta a uno stato di libertà interiore.
Oggi, quando mi sento sopraffatta dai pensieri, a volte mi fermo e traccio qualche ideogramma (male, lo ammetto, ma non importa). Indipendentemente dal risultato estetico, il gesto lento, il respiro sincronizzato, il silenzio... mi riportano a casa.
Il souvenir giapponese che ho portato a casa
Sai quando torni da un viaggio e tutti ti chiedono: "Allora? Che hai comprato?"
Dal Giappone non ho portato a casa molto. Qualche tazza irregolare, un pennello per calligrafia che uso malissimo, semi di piante che poi non sono riuscita a far crescere.
Ma ho portato a casa qualcos'altro. Qualcosa che non stava in valigia e che continua a trasformarmi, giorno dopo giorno.
Ho imparato a guardare le crepe. Non solo quelle delle ceramiche, ma anche le mie. Quelle relazioni che si sono perse per strada, quel periodo difficile che non vedevo l’ora che finisse, quell'errore che mi vergognavo a nominare.
Tutte quelle fratture, viste con occhi giapponesi, non sono fallimenti. Sono parte di me e del mio diventare. Sono il luogo esatto dove l'oro può entrare, se glielo permetti.
Ho imparato che non tutto deve essere previsto, controllato, pianificato. Alcune delle cose più belle della mia vita sono arrivate quando ho "mollato la presa", quando ho lasciato che il fumo facesse il suo lavoro, proprio come nella ceramica Raku. Quando ho smesso di voler controllare ogni variabile e ho accettato che l'imprevisto può essere... magico.
C'è stata quella volta in cui avevo organizzato un workshop perfetto - location prenotata, programma dettagliato, tutto pronto. Poi è successo l'imprevisto: la location ha chiuso all'ultimo. ....Panico !
Ma poi abbiamo improvvisato in un bellissimo parco, con le piante che avevo, le erbe spontanee, il sole del tramonto e che dire… È stato il workshop più bello che abbia mai fatto. Imperfetto, vero, pieno di vita.
Oggi, quando compongo i miei piccoli bouquet di erbe officinali penso all'Ikebana. Non cerco più di riempire ogni spazio. Scelgo pochi rami, quelli giusti, lascio respirare. E scopro che il vuoto tra un elemento e l'altro è importante quanto gli elementi stessi.
È come nella vita, no? Non servono mille amici, mille impegni, mille cose da fare. Servono poche relazioni, ma vere, pochi momenti di presenza, poche cose che contano davvero. E serve anche spazio tra questi momenti, per goderci il vuoto che rigenera.
E quando mi trovo sopraffatta dai pensieri che corrono - la lista infinita di cose da fare, le preoccupazioni che si accavallano - a volte mi fermo. Prendo carta e pennello. Traccio qualche segno lento, anche senza sapere cosa sto scrivendo. Il gesto calmo, il respiro che rallenta, l'inchiostro che scorre... e la mente si quieta.
Se per il momento non puoi andare in Giappone, sappi che puoi comunque vivere questa trasformazione. Basta guardarsi dentro, ed intorno, con occhi nuovi.
Quella pianta sul davanzale che non è cresciuta come speravi? Forse è perfetta così com'è, nella sua forma storta e imprevedibile. Quel mobile vintage che hai ereditato, con i graffi e i segni del tempo? Non è da buttare. Quei graffi sono le sue “rughe” di espressione, è la sua storia, la sua unicità.
E tu? Con le tue imperfezioni, i tuoi errori, le tue cicatrici? Sei esattamente dove devi essere. Non nonostante le crepe. Grazie alle crepe.
E tu? Qual è la tua "tazza scheggiata" che hai deciso di celebrare invece di nascondere? Raccontamelo nei commenti, mi farebbe felice leggerti.
Se senti che è arrivato il momento di rimetterti al centro, ti invito a scrivermi.
Troveremo insieme il modo più adatto per iniziare.
Ti sono grata e ti auguro tanta positività!